Caso Pifferi: il processo mediatico, le colpe dei media e quelle della Procura

Oggi, sul Corriere della Sera, c’è una riflessione di Aldo Grasso (in larga parte condivisibile) sulla sentenza con cui la Corte d’assise d’appello di Milano ha ridotto a 24 anni la pena per Alessia Pifferi che avrebbe fatto morire di stenti la figlioletta Diana. L’interesse di Grasso – e il mio – è per quella parte del dispositivo che è una vera e propria requisitoria contro i cosiddetti “processi mediatici”.

«Il caso – ricorda Grasso citando il provvedimento – è divenuto per lo più oggetto di quel malvezzo contemporaneo, approdato a vette parossistiche con i moderni mezzi di comunicazione, chiamato processo mediatico, che ha fatto del processo penale un genere televisivo di svago e intrattenimento».

«Anatemi – un’altra citazione – su quella sentenza che abbia l’ardire di non infliggere ergastoli o, se inflitti in prime cure, di riformarli, escludendo aggravanti o riconoscendo attenuanti, così ponendosi in conflitto con “la giustizia attesa”, cioè quella conforme al “comune sentire”».

Tutto molto chiaro e molto giusto. Però, si parva licet, ci dovremmo anche ricordare che in quel processo ci fu uno scontro durissimo tra il pubblico ministero e la difesa che arrivò a coinvolgere anche le psicologhe del carcere di San Vittore.

In pratica la Procura di Milano aprì un secondo filone di indagini. L’ipotesi accusatoria era che le psicologhe del carcere di San Vittore e l’avvocata difensore, Alessia Pontenani, avessero “fabbricato” a tavolino un deficit mentale dell’imputata. Questo secondo filone si è basato su tattiche investigative molto invasive (intercettazioni e captazione di messaggi). Le psicologhe esprimevano critiche verso il sistema giudiziario o discutevano in modo informale del caso. Il PM sosteneva che le professioniste avessero abbandonato il loro ruolo istituzionale di “assistenza” per diventare, di fatto, consulenti occulte della difesa, arrivando a suggerire alla Pifferi come comportarsi o cosa dire per apparire “meno capace”.

Questo filone d’inchiesta si è chiuso alla fine del 2025 con una assoluzione piena per tutti gli imputati

Ma, e qui concludo, se è giusto notare come il “processo mediatico” sia diventato un problema e se è giusto (anzi necessario) richiamare il sistema mediatico (o quel che ne rimane, vista la frammentazione delle piattaforme social e del pulviscolo di “creator” il più delle volte improvvisati), non è forse il caso di richiamare anche le parti del processo – in questo caso la Procura – a comportamenti meno estremi o, meglio, per usare una espressione che la Cassazione ha usato per le trattazioni giornalistiche, a comportamenti più “continenti” anche nelle ipotesi investigative che, a volte, sembrano fatte apposta più per il “processo mediatico” che per quello “reale”?

2026, la tempesta perfetta del giornalismo

Oggi è uscito il report “Trends and Predictions 2026” del Reuters Institute of Journalism a cura di Nic Newman. Si tratta della bibbia per quel che riguarda le tendenze e le previsioni sul giornalismo.

Ho chiesto a NotebookLM di fare una sintesi:

Il settore giornalistico si trova ad affrontare una fase di transizione critica, definita da una “tempesta perfetta” guidata dall’Intelligenza Artificiale Generativa e dall’economia dei creator. La fiducia nelle prospettive del giornalismo è bassa, con solo il 38% dei dirigenti dei media che si dichiara fiducioso per l’anno a venire.

Ecco le sfide principali che emergono:

1. Il Declino del Traffico e l’Era degli “Answer Engines

La sfida più immediata è economica e distributiva. I motori di ricerca si stanno trasformando in “Answer Engines” (Motori di Risposta) guidati dall’IA, che forniscono informazioni direttamente nelle finestre di chat o nei riepiloghi, eliminando la necessità per l’utente di cliccare sui siti degli editori.

Crollo delle visite: Gli editori prevedono un calo del traffico dai motori di ricerca superiore al 40% nei prossimi tre anni. Questo fenomeno, noto come “Google Zero”, implica che i contenuti vengano consumati sulle piattaforme senza generare visite al sito d’origine.

Ottimizzazione complessa: Le vecchie strategie SEO stanno lasciando il posto alla AEO (Answer Engine Optimisation) e alla GEO (Generative Engine Optimisation), costringendo gli editori a ripensare come strutturare i contenuti per essere visibili ai chatbot.

2. La Crisi della Fiducia e l'”AI Slop”

Il panorama digitale è invaso da quello che viene definito “AI Slop”: una marea di contenuti di bassa qualità, generati automaticamente, che minaccia di soffocare il giornalismo verificato.

Disinformazione e Deep-fake: L’uso di IA per creare immagini e video iper-realistici manipolati sta aumentando, complicando la distinzione tra realtà e finzione, specialmente durante i periodi elettorali.

Attacchi Politici: I politici stanno adottando il “playbook Trump 2.0”, aggirando i media tradizionali per comunicare direttamente tramite podcast o social, e attaccando i giornalisti etichettandoli come “fake news” per minarne la credibilità.

3. La Competizione con la “Creator Economy”

I media tradizionali faticano a mantenere la rilevanza rispetto ai singoli creatori di contenuti e influencer, che offrono un approccio più personale e “autentico” alle notizie.

Fuga di talenti e attenzione: Il 70% degli editori è preoccupato che i creator sottraggano tempo e attenzione al pubblico, mentre il 39% teme di perdere i propri migliori giornalisti, che potrebbero mettersi in proprio su piattaforme come Substack o YouTube.

Video-ficazione: L’attenzione si sta spostando massicciamente verso il video (YouTube, TikTok), costringendo gli editori a investire in formati verticali e visivi, spesso a scapito del testo.

4. Modelli di Business sotto Pressione

Nonostante l’ottimismo di alcuni editori sui propri business specifici (in particolare quelli basati su abbonamenti di alto profilo), il modello generale è a rischio.

Licenze IA insufficienti: Sebbene ci sia interesse nel far pagare le piattaforme IA per l’uso dei contenuti, solo il 20% degli editori si aspetta che questi accordi diventino una fonte di reddito significativa. Molti (20%) non prevedono alcun introito.

Barriere all’innovazione: La mancanza di risorse finanziarie e di competenze tecniche (o di allineamento interno) impedisce a molte redazioni di innovare abbastanza velocemente per tenere il passo con i cambiamenti tecnologici.

5. Adattamento dei Contenuti e “Liquid Content”

Per sopravvivere, il giornalismo deve diventare più distintivo. Gli editori stanno riducendo la copertura di notizie generali (commoditizzate dall’IA) per concentrarsi su reportage originali, analisi e storie umane.

Contenuto Liquido: Si va verso il concetto di “Liquid Content”, ovvero storie che non sono statiche ma si adattano in tempo reale al contesto, all’orario e alle interazioni dell’utente, spesso riassunte o riformattate da agenti IA.

Conclusione

Il giornalismo del 2026 si trova di fronte a un “effetto bilanciere” (barbell effect): da un lato c’è la necessità di spingere su un giornalismo umano, distintivo e di alta qualità che l’IA non può replicare; dall’altro, c’è la spinta ad adottare l’automazione spinta per efficienza e scala. Chi rimarrà nel mezzo, offrendo notizie generiche senza una chiara proposta di valore o efficienza tecnologica, rischia di essere schiacciato.

In sintesi (è sempre NotebookLm che ha elaborato la metafora)

Immagina il panorama dell’informazione del 2026 come una città colpita da un’alluvione. L’acqua che sale rappresenta l’“AI Slop” (contenuti generati automaticamente e di bassa qualità) che inonda le strade, rendendo difficile muoversi e trovare punti di riferimento (la verità). I vecchi percorsi sicuri (i motori di ricerca tradizionali) sono sommersi o deviati. In questo scenario, le testate giornalistiche non possono più limitarsi a essere negozi che aspettano i clienti; devono diventare fari o imbarcazioni di salvataggio: strutture elevate, ben visibili e costruite con materiali solidi (fiducia e verifica umana), capaci di guidare le persone attraverso il diluvio verso informazioni sicure, offrendo qualcosa che l’acqua non può replicare: il calore e la connessione umana.

Non dite a mia madre che sono giornalista. Pensa che lavori in un bordello

Kirk Douglas in "The Man in the Hole" di Billy Wilder

“Non dite a mia madre che faccio il giornalista. Pensa che io sia il pianista di un bordello”. Questa citazione (un po’ cambiata) del titolo di una famosa autobiografia di Jacques Seguela (grandissimo pubblicitario francese) mi è venuta in mente leggendo – sul sito del Nieman Lab – un articolo sul report del News Literacy Project che dà conto della percezione del mondo delle news da parte degli adolescenti americani. Il titolo è tutto un programma: “Biased, boring and bad”.

“The majority of teens view news media negatively. An overwhelming majority of teens (84%) express a negative sentiment when asked what word best describes news media these days”.

Insomma, abbiamo toccato il fondo. Ora dobbiamo risalire (o iniziare, come temo, a scavare)

Se volete approfondire qui c’è il report

Premi Pulitzer e facce di bronzo

Questa sera sono stati assegnati i premi Pulitzer, il maggior riconoscimento possibile per i giornalisti (e le testate) USA. I premi sono divisi per categorie e toccano tutti i generi giornalistici, comprese le vignette, che, negli States, sono considerati editoriali, cioè opinioni e sono pubblicati, appunto, nella pagine dei commenti di opinione.

Quest’anno il Pulitzer per l’Illustrated Reporting and Commentary (in questo caso, Illustrated Commentary) è andato a Ann Telnaes l’autrice della famosa vignetta (che metto come illustrazione) che non è stata pubblicata dal giornale per cui ha lavorato per 17 anni, cioè il Washington Post, perché il proprietario del WP – e di Amazon -, cioè Jeff Bezos, non ci faceva una bella figura.

Insomma, il Washington Post si prende – e rivendica – un Pulitzer per una giornalista che se ne è andata perché la vignetta che aveva disegnato, e per la quale ha preso il premio, non è stata pubblicata. Sono tempi strani e divertenti, ma di un’allegria da naufraghi alla deriva tra gli squali.

Cosa ha fatto il Lesotho agli Stati Uniti per avere i dazi più alti del mondo?

Qual è lo stato a cui Trump ha imposto le tariffe più alte? Non è uno dei soliti sospetti (Cina, Eu, i cattivissimi Canada e Messico e neppure gli infidi vietnamiti), ma un piccolo stato africano, il Lesotho.

Ai beni che provengono dal Lesotho l’Amministrazione Trump ha imposto dazi al 50%. La ragione dietro a questa idiozia è il fatto che il Lesotho – stato con una popolazione poverissima – non importa praticamente nulla dagli Stati Uniti e esporta negli Usa una cosa parecchio preziosa, cioè i diamanti.

Da qui lo squilibrio della bilancia commerciale che porta – tramite la demenziale formula usata per stabilire i “dazi reciproci” – alle tariffe del 50%.

Come questo possa aiutare il reshoring della manifattura degli Stati Uniti non è dato sapere, visto che non ci sono miniere di diamanti negli States anche perché non ci sono diamanti da estrarre.

L’unica cosa evidente è che alla Casa Bianca c’è un enorme idiota i cui collaboratori sono egualmente – o forse più – stupidi o non abbastanza in gamba – avendo avuto giorni per studiare una strategia meno insensata – da suggerire cose meno cretine.

E il fatto che ci sia un idiota alla Casa Bianca è il peggior scenario possibile, visto che se si trattasse solo di un criminale almeno massimizzerebbe il proprio tornaconto personale. Mentre gli idioti – come insegna Cipolla – fanno danni a sé e agli altri.

Lo spiega benissimo Binyamin Applebaum sul NYT.

New York Times

Eugenio Colorni, ovvero perché il Manifesto di Ventotene è stato scritto così

Per cercare di farvi capire l’enormità del delirante attacco di Giorgia Meloni – grazie ad alcuni passi estrapolati senza contesto (né testuale, né storico, né politico) – al Manifesto di Ventotene, provo a parlarvi di Eugenio Colorni (nella foto) che figura come prefatore del Manifesto, ma che fu quasi un coautore del documento assieme a Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. E fu sicuramente Colorni il primo a riuscire a pubblicare il documento – clandestinamente – a Roma nel 1944 dopo essere riuscito ad evadere dal confino ed essere diventato una delle figure più importanti del partito socialista in clandestinità.

Colorni organizzò l’ala militare del partito (la brigata Matteotti) che combatteva gli occupanti nazisti e i loro manigoldi fascisti e fu l’anima dell’Avanti!, la testata del partito socialista che si pubblicava in clandestinità.

Colorni fu ucciso, il 28 maggio 1944, pochi giorni prima della liberazione di Roma dai boia fascisti della Banda Koch che posero fine alla sua vita con tre colpi di pistola, nemmeno sapendo che avevano ucciso una delle colonne delle Resistenza nella Capitale. Colorni, infatti, mori qualche giorno dopo in ospedale ancora protetto dal nome scelto per la clandestinità: Franco Tanzi.

Eugenio Colorni fu insignito della medaglia d’oro al valor militare alla memoria nel 1946. Questa è la motivazione:

«Indomito assertore della libertà, confinato durante la dominazione fascista, evadeva audacemente dedicandosi quindi a rischiose attività cospirative. Durante la lotta antinazista, organizzato il centro militare del Partito Socialista Italiano, dirigeva animosamente partecipandovi, primo fra i primi, una intensa, continua e micidiale azione di guerriglia e di sabotaggio. Scoperto e circondato da nazisti li affrontò da solo, combattendo con estremo ardimento, finché travolto dal numero, cadde nell’impari gloriosa lotta»

Resta da dire che in realtà, come ho scritto prima, Colorni non fu ucciso dagli occupanti tedeschi, ma da altri italiani, i boia fascisti della famigerata Banda Koch, responsabile di innumerevoli efferatezze. Pietro Koch, il pezzo di merda che li capitanava, fu fucilato alla schiena il 5 giugno del 1945 al Forte Bravetta.

Particolare curioso in questa storia di morte: l’esecuzione di Koch fu filmata da Luchino Visconti su richiesta degli alleati. Visconti era stato uno dei tanti italiani ad aver subito gli arresti arbitrari e le torture della Banda Koch. Questo è il link per vedere il film sul massacro delle Fosse Ardeatine in cui c’è anche la fucilazione di Koch.

Questo per farvi capire che il Manifesto di Ventotene è stato scritto in un tempo in cui l’Italia era sotto il tallone di ferro di una brutale dittatura che dopo l’8 settembre si era trasformata in un’appendice, feroce e ridicola, ma non meno crudele della macchina di morte nazista.

Era un tempo in cui italiani uccidevano italiani. I fascisti ormai erano preda di una cupio dissolvi dove ormai predominava il senso di morte e una concezione necrofila dell’onore nazionale, gli uomini della resistenza – i banditi, i terroristi secondo i proclami dell’occupante nazista e della Repubblica sociale – invece lottavano per ritornare alla vita.

J D Vance, Peter Thiel e la libertà di parola

J D Vance raffigurato come il Grande Fratello. Immagine elaborata con l'intelligenza artificiale

C’è una vicenda famosa che ha fatto la storia degli anni 10 di questo secolo e racconta la chiusura di un sito che all’epoca era l’alfiere di un modo nuovo di fare giornalismo, eticamente discutibile, ma, oggettivamente, divertentissimo.

Il sito si chiamava Gawker ed era la creatura di un irregolare di nome Nick Denton, giornalista, imprenditore digitale, startupparo e visionario. Il killer di Gawker – la storia è strana, ma seguitemi – fu un wrestler famoso, Hulk Hogan che aveva fatto causa a Denton perché il sito aveva pubblicato (erano gli anni 10, eravamo tutti giovani e meno bacchettoni di ora) un video di lui che faceva sesso con la moglie di un (non troppo) amico. E Hogan c’era rimasto male, poverino. Di più l’amico, immagino, ma vabbè…

Hogan, che era arrabbiato come un wrestler, fece causa, però non aveva i soldi per pagare gli avvocati – bravissimi e costosissimi – che pilotarono il processo verso una condanna disastrosa per Denton che dovette vendere il sito per pagare i danni e le spese processuali.

Dietro Hogan c’era uno dei personaggio più potenti della Silicon Valley, uno di cui allora non si parlava tanto se non per sussurrare che era il padrone vero di PayPal e il mentore del giovane Elon Musk e che trafficava in materia di sicurezza nazionale con la sua nuova creatura Palantir, cioè Peter Theil il vero boss della “PayPal mafia”, una delle poche personalità della Valley a schierarsi, senza se e senza ma, con Donald Trump già nel 2016, un tempo in cui non andava tanto di moda, specie in quella parte della California.

Ma perché Thiel ce l’aveva tanto con Denton? Semplicemente perché Denton – con un’altra sua creatura, un sito che si chiamava ValleyWag e riportava pettegolezzi (e spesso spazzatura) sui giganti della digital economy – aveva messo in piazza il fatto che Thiel era omosessuale. Nulla di particolarmente scandaloso, per gli States di allora. E lo stesso Denton era comunque notoriamente un omosessuale. Solo che Thiel era un maniaco della privacy e – essendo un consevatore duro e puro da sempre – mal sopportava di essere additato come omosessuale. E quindi spese una somma enorme per farla pagare a Denton, tramite la causa di Hogan. Un piano a lungo termine che si sviluppò per anni e che alla fine, come detto, fece chiudere il sito.

Il senso di questa lunga digressione (raccontata benissimo da Ben Smith in quel libro bellissimo che si chiama “Traffic” e che trovate tradotto in italiano da Iperborea nella collana del Post)?

Beh il senso è che oggi, quando il vice presidente J.D. Vance (un’altra creatura di Thiel, meno geniale di Musk, ma con degli splendidi occhi azzurri che In politica fanno la differenza: un Ken con la barba ben curata e una laurea in una prestigiosa law school) ha pronunciato il suo pistolotto contro l’Europa che soffoca la libertà di parola mi è venuta in mente questa storia e mi sono messo a ridere. Per non piangere, ovvio.

Come diceva un tale in un libro abbastanza famoso “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza” e via di doublethink”.

L’etica della caccia secondo mio padre

Focused with the Focus 2 app

Mio padre era un cacciatore. Per lui l’unica preda degna era la pernice, o meglio la pernice rossa. Un tiro molto difficile, specie in montagna dove gli piaceva cacciare. I fagiani, secondo lui, erano troppo stupidi e le lepri, beh, per le lepri non serviva un cane da ferma e i cani da punta non li ha mai presi in considerazione.

Questo per dire che per lui c’era un girone dell’inferno apposta per chi cacciava anatre dalla botte o sparava agli uccellini con i richiami.

Per non dire – lui che ha sempre avuto un rapporto di amore viscerale con il suo cane – di chi, come l’attuale segretaria alla Sicurezza interna Usa , uccide a fucilate un cucciolone perché “Indisciplinato”. Per quelle (o quelli) forse solo la masticazione nella bocca di Lucifero nella parte più bassa dell’Ade poteva sembrargli adeguata.

“C’est moi le bebé”

L’intervista di Francine Christophe

Oggi 27 gennaio, data in cui nel 1945 furono liberati i pochi sopravvissuti di Auschwitz dall’Armata Rossa,  è il «Giorno della memoria» in cui si ricorda l’Olocausto. 

Questa è la testimonianza di Francine Christophe, nata nel 1933, che è sopravvissuta a  Bergen-Belsen (che era un Aufenthaltslager, cioè un campo residenziale,  con condizione di vita terribili, ma non era pensato per lo sterminio) dove fu internata da bambina con la mamma.  A Bergen Belsen comunque morirono circa 50mila prigionieri, quasi 35mila di tifo nei primi mesi del 1945 prima della liberazione, avvenuta il 15 aprile. 

Francine Christophe ci ricorda come un piccolo gesto di solidarietà – ma tenuto conto delle condizioni estreme dei campi enorme –  può fare la differenza e lasciare aperta la porta alla speranza. Una storia che non sembra vera, ma lo è.

Grazie a Matteo Caccia che ne ha parlato nel suo podcast giornaliero sul Post